
Anni ’60 ‘80
Gli anni di guerra videro privazioni a tutti i livelli. L’effetto sull’industria del gioiello fu estremo. La distruzione dei canali di spedizione che rifornivano di pietre preziose i gioiellieri fu virtualmente tagliata fuori. Il metallo prezioso e in particolare il platino, fu requisito dall’industria bellica e l’oro doveva essere fornito per la maggior parte dai clienti. Questo richiese un importante cambiamento nell’aspetto dei gioielli i quali ora si presentavano in oro giallo, grandi pietre semipreziose e audace forme scultoree. Gioiellieri come Susanne Belperron, Jeanne Toussaint per Cartier, Verdura e Schlumberger iniziarono a produrre stravaganti, audaci, colorati e fantasiosi gioielli che si basavano sulla forza del disegno piuttosto che sull’importanza del materiale. La più eleganti donne dell’epoca, quali erano la Duchessa di Windsor e Daisy Fellows -sempre alla ricerca di innovazioni- aiutarono notevolmente a diffondere questi nuovi disegnatori.
Il dopo guerra, il quale inizia con i razionamenti in Europa, fu un periodo di boom economico negli Stati Uniti, che diventarono rapidamente il primo mercato mondiale per il consumo di gioielleria. Firme come Harry Winston e Tiffany videro la domanda crescere rapidamente e i grandi diamantidiventarono improvvisamente di moda. In Francia, Cartier e Van Cleef & Arpels capitalizzarono rapidamente sul flusso dei turisti americani al fine di compensare la mancanza di clientela locale.
Il fascino di Hollywood aiutava e rafforzava la moda per il lusso, a dispetto del fatto che l’Europa era ancora e solo spettatrice. Infatti in Gran Bretagna i primi anni del dopoguerra videro un declino nell’indossare importanti gioielli – i proprietari temevano di essere accusati di avere approfittato della guerra per arricchirsi. Lo stato d’animo generale di forzata austerità non era, in ogni modo, favorevole all’ostentazione di oggetti sontuosi, questo forse dovuto a una diversa educazione.
La dimensione dei gioielli degli anni di guerra fu mantenuta. L’oro giallo continuava a essere alla moda durante il giorno e all’ora dei cocktail, e la moda dei gioielli finti o bigiotteria si afferma definitivamente. Per un po’, le spille diventarono il gioiello dominante e accessorio indispensabile, indossate sul soprabito, sulla spalla,sul cappello e anche sulla borsetta. Per i diamanti predominava ancora il metallo bianco. Per rispondere alla mancanza di platino durante la guerra, furono realizzate nuove leghe di oro bianco rodiate superficialmente per conferirgli un aspetto simile al platino.
Gli anni ’50 e ’60, sono spesso caratterizzati da uno stile che traeva la sua ispirazione dal cinema di Hollywood e molto di frequente anche dai cartoni animati Disney, con rivisitazione dei gioielli di corte del 18° secolo. Dior con la sua moda fatta di gonne ampie, vita stretta e scollature molto strutturate era il dominatore assoluto dell’alta società.
Parigi e New York rimasero i Titani dell’industria orafa, ma nei primi anni ’60 anche l’Italia iniziò a competere contro di loro sul mercato internazionale. La dolce vita di Fellini suscitò un interesse per la moda e il modo di vivere spensierato e ottimista degli italiani, in contrapposizione all’austera maniera dell’Europa settentrionale. Le firme romane di Bvlgari, Petochi, Cazzaniga e altri, collegati alle case milanesi e fiorentine come Cusi, Faraone, e Settepassi portarono la gioielleria italiana sul palcoscenico del mondo.
In Inghilterra la fine del decennio vide un fiorire di avanguardie, guidate dall’artista pluripremiato Andrew Grima. Il suo design iconoclasta astratto incorpora cristalli di gemme allo stato grezzo, incastonate in metallo prezioso allo stato lavico in modo sontuoso. La popolarità di questo movimento fu abbracciata dalle case parigine, tra queste Chaumet che continuò questa moda fino agli anni ’70.
Intorno al 1974, a causa della prima crisi petrolifera, l’occidente piombò in una profonda recessione. Il Medio Oriente con le sue nazioni ricche di petrolio, con alti redditi, cominciò ben presto a dominare il mercato del gioiello il quale cambiò con la stessa rapidità per accontentare il gusto della nuova clientela. Impressionanti parure di gioielli, una tendenza che non si vedeva in Europa dai tempi della Belle Epoque, furono avvistate nelle vetrine ricolme di Place Vendôme e Madison Avenue. Lavorate in oro giallo, e non più in platino, incastonate con rubini, zaffiri, smeraldi e diamanti, queste parures, tutte conformate a un rigoroso e monotono design codificato, sono rappresentative di quel periodo. Illustrano comunque cosa poteva fare la creatività nella gioielleria, o cosa poteva diventare reinventando se stessa, vi sono sempre imperativi economici che dominano e che impongono al mercato le tendenze del momento.
La passione per i gioielli nel campo collezionistico doveva aspettare ancora un decennio, prima che l’interesse nella storia del gioiello prendesse piede in maniera stabile; questo fa nascere una serie di pubblicazioni sulla storia del gioiello come mai si era visto prima. I gioielli del 19° e 20° secolo, verso la fine degli anni ’70 venivano smontati per recuperare le gemme e rimontarle in nuovi modelli. Vi sono stati casi in cui bracciali degli anni ’30, con grandi brillanti, erano smontati subito appena dopo venduti dalle case d’asta. Di certo questo ha contribuito alla relativa scarsità di diamanti di grande dimensione incastonati su gioielli anteguerra che oggigiorno si riscontra sul mercato.
In Europa, come risultato della recessione degli anni ’70 e della prima parte degli anni ’80, erano indossati pochi gioielli importanti; invece, erano preferite le gioie finte o bigiotteria, anche dalla buona società. C’era un crescente pericolo sociale, per cui i gioielli divennero fuori moda e socialmente inaccettabili. La situazione era esacerbata dalla mancanza di una produzione che seguisse il gusto occidentale, mentre la predominanza di quello medio - orientale ispirava gioielli che non potevano essere indossati, ma erano visti come un qualcosa fuori dalle idee del tempo, in piena austerità. La fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, coincidono con una crescita economica in Europa e America, un rinnovato interesse per i gioielli comincia a riapparire, nutrito da un nuovo interesse culturale.
Uno dei fenomeni che prese piede negli anni ’80, fu l’interesse dei giapponesi per i gioielli occidentali, per questo Cartier creò un marchio denominato “Must de Cartier”, specializzato in orologi e gioielli abbordabili per questa nuova clientela, con un design riconoscibile e riconducibile immediatamente alla casa madre. Bvlgari utilizzo il proprio nome come motivo decorativo, ponendolo a lettere capitali sulla lunetta di un modello. Altri grandi gioiellieri crearono linee di gioielli denominate “diffusion” con più o meno successo.
Il ritorno a una gioielleria più eticamente liberale, e contemporaneamente al decrescente interesse per i gioielli dal mercato medio - orientale, preannunciarono un graduale ritorno dell’oro bianco e del platino con un crescente interesse per le gemme di colore. Gemme che erano state dimenticate per cento anni, ora erano riscoperte e giustamente apprezzate, come tra le altre, gli zaffiri multicolor, topazi, olivine verde mela, spinelli rosso fragola, e rubelliti. La varietà di colori con cui il diamante appare in natura, e le rare tinte, tra cui, il blu, il rosa, il giallo vivido in particolare, erano oggetto di collezione da parte della clientela benestante di questi anni ’80.
La fine del Ventesimo Secolo rispecchia il precedente fin de siecle in cui qualche gioielliere creativo esplorava i confini della tradizione domandandosi cosa potesse essere accettabile dai clienti, usando nuovi materiali come il titanio e la gomma, producendo nuove e leggere strutture che diventano rapidamente popolari, anche in combinazione con gemme preziose.
Bibliografia: CELEBRATING JEWELLERY
Autori: David Bennett and Daniela Mascetti
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