Gioielli rètro
Il termine "Rètro" applicato ai gioielli è accreditato a François Curiel, il capo del dipartimento gioielli di casa d'aste Christie a New York che lo usò per la prima volta nei primi anni 1970.
I gioielli retrò, o "Cocktail jewelry", come sono talvolta definiti, nascono in Francia con i disegni di Van Cleef & Arpels, la Maison produsse una collezione di gioielli che fu presentata a una fiera internazionale nel 1939 a New York. Quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale, i gioielli rimasero negli Stati Uniti, e servirono da modello ai designer di gioielleria del luogo per tutta la durata del conflitto.
Questi gioielli si caratterizzano per la loro dimensione, il massiccio uso di forme tridimensionali con superfici lucide in cui l’oro era proposto in diversi colori dal rosa, giallo e verde.
In questi gioielli erano spesso usate acquemarine, citrini e ametiste dal taglio smeraldo, accompagnate da piccoli zaffiri, rubini o brillanti dal taglio calibrato, orologi e collane riflettevano il fascino e l'incanto che Hollywood ispirava durante i periodi di crisi. I film fornivano una via di fuga durante la guerra, in un mondo di fantasia e romanticismo che era "larger than life" (eccessivo ed esagerato).
Nel 1936, Hollywood fu messa per un certo periodo in secondo piano quando re Edoardo VIII abdicò in modo da poter sposare Wallis Simpson. Il duca e la duchessa di Windsor (com’era ben noto) erano rinomati per la loro raccolta di audaci, gioielli particolari. I più famosi dei gioielli retrò della Duchessa furono eseguiti da Cartier e Van Cleef & Arpels.
Le restrizioni in tempo di guerra, il razionamento e l'incertezza portarono molti cambiamenti profondi, ma la produzione di gioielli fu solo marginalmente toccata durante la Seconda Guerra Mondiale. C'era ancora molta incertezza sulla carta moneta. In tempi di scetticismo economico metalli preziosi e gemme costituivano pur sempre un capitale facilmente trasportabile.
Il platino era relativamente raro e poco disponibile durante la guerra, ma i produttori di gioielli retrò utilizzavano le gemme e l'oro che avevano a disposizione per creare i loro capolavori alla moda. Enormi giacimenti di gemme furono scoperti in Brasile negli anni 30 come risultato di scavo geologico alla ricerca di minerali industriali per alimentare la guerra. Centinaia di località divennero note per i depositi brasiliani di citrino, acquamarina, Kunzite, topazio, Crisoberillo, tormalina e ametista.
Gli Stati Uniti entrarono in guerra nel 1941 dopo il bombardamento di Pearl Harbor. Curiosamente, gli esempi di gioielleria americana prodotta a quel tempo erano stravaganti e deliziosi. Uccelli, cesti di fiori, ballerini e altre immagini serene erano motivi comuni. Altri disegni ricorrenti nei gioielli del periodo furono ballerine, archi, animali, conchiglie, uccelli cuori, spesso accentuati da leggeri spruzzi di diamanti.
Grandi produttori di gioielleria rètro furono anche l’Argentina e altri paesi sudamericani adiacenti, questo fu dovuto al fatto che in questi luoghi non vi furono i conflitti bellici che invece interessavano la Francia, l’Italia e altre nazioni europee.
Le clip e le spille degli anni 40 erano gonfie e tridimensionali. Il fiocco o il nodo rimase il motivo più popolare, spesso con una linea di gemme dal taglio calibrato al centro. Nei gioielli rètro era spesso imitato il tessuto delle tende, in maniera tale che le pieghe combaciassero perfettamente nelle clip che erano realizzate a imitazione.
Le gemme più popolari del periodo erano l’acquamarina, citrini, topazi, i grandi tagli cabochon di rubini e zaffiri compresi quelli stellati, berillo dorato , peridoti e tormalina. La maggior parte di queste gemme erano eccezionalmente grandi per adattarsi alle proporzioni del gioiello rètro. Durante gli anni della guerra, piccoli zaffiri e rubini sfaccettati (sia naturali che sintetici) sono stati spesso usati come accenti per le gemme più grandi. I diamanti erano abbondanti. La domanda di diamanti in gioielleria in stile Art Deco lasciò la maggior parte dei designer di gioielli retrò con più ampie riserve di piccole dimensioni e medio calibro, nei tagli rotondo e baguette.
Nella metà degli anni Trenta, Van Cleef & Arpels ha lanciò un braccialetto flessibile con incastro a nido d'ape ornato da una fibbia di grandi dimensioni. Fu denominato “Ludo bracelet” dal nome del suo designer lo stilista Louis “Ludovic” Arpels. Questo fu ispirato da alcuni braccialetti a giarrettiera in oro del primo periodo vittoriano. Va rilevato, inoltre, che il bracciale Ludo era quasi sempre accompagnato da una coppia di clips assortite, riproducenti il motivo del fermaglio. per tradizione , bisogna dire, la superiorità della Francia in fatto di gioielli appare pressochè incontestabile. Anche nel periodo in questione, l' eco delle creazioni francesi si trasmette alle diverse nazioni d' Europa, come pure agli Stati Uniti, paese quest' ultimo che vanta una vasta quanto squisita produzione di gioielli dell' epoca.Questo sarebbe diventato uno dei loro pezzi firmati più popolari. E’ stato copiato da molti altri produttori di gioielli e continuò a essere molto richiesto per tutti gli anni '40.
Esempi di spille retrò, bracciali e anelli sono stati prodotti negli Stati Uniti da parte d’imprese, come Oscar Heyman, Verdura, Black, Starr & Frost, Bailey, Banks & Biddle, Shreve & Company, John Rubel e William Ruser. In Europa, Van Cleef & Arpels, Cartier, Boucheron, Chaumet, Trabert e Hoeffer Mauboussin, Buccellati, Castelli, Fasano, Cusi, Ventrella e Bulgari tutti i gioielli creati in stile retrò. Cartier eccelse nello stile di "animalier".
Uccelli, cani, gatti e cavalli sono stati creati da artigiani di Cartier e incastonati con una varietà di gemme colorate.Il gioiello retrò è diventato oggi molto ricercato dai collezionisti. Fino al 1970, i gioielli degli anni '40 e '50 erano spesso venduti per valore di rottame e fusi! Gli esempi di gioielli retrò che sopravvivono oggi sono molto ambiti. Il valore delle spille retrò, clip, bracciali e anelli è molto aumentato negli ultimi anni, e la tendenza prevede ancora una crescita nel prossimo futuro.
Il gioielliere francese Mauboussin disse: "I gioielli degli anni Quaranta erano i gioielli di un'epoca di crisi, quindi è logico che dovesse finire con la crisi stessa" (M. Gabardi, I gioielli del 1940 in Europa , 1982).
Si dice, e per certi aspetti davvero a ragione, che a ogni stile e ogni epoca per ritornare di moda occorrono quarant' anni circa. La regola si è ripetuta puntualmente anche nel caso dei gioielli anni Quaranta che, denigrati e tacciati di "pessimo gusto" negli anni immediatamente successivi alla loro produzione, oggi godono di un indiscusso favore del pubblico.
Ma se è vero che il loro attuale successo era fatalmente prevedibile, è altrettanto vero che esso sottolinea in modo tangibile l' innegabile felice creatività emergente da tali esemplari. Non c'è dubbio: i gioielli in questione, creati per lo più in oro giallo, dall' accentuata plasticità e suggestiva fantasia del repertorio decorativo, rappresentano uno stile a sè stante che merita di essere esaminato da vicino.
A questo punto viene naturale chiedersi a quando risale l' apparizione dei gioielli anni Quaranta.Nel giugno del 1937 la rivista francese "Fémina" annunciava: "Cartier rilancia il gioiello in oro che quest' estate vedremo sfoggiare sia di giorno che di sera".Se il 1937 sembra dunque coincidere con la data ufficiale del ritorno del gioiello in oro, dopo anni di supremazia di platino e brillanti, in realtà gli archivi dei gioiellieri parigini consultati (quali Boucheron, Cartier, Mauboussin, Mellerio, Van Cleef & Arpels) testimoniano che timidi tentativi di ripristino dell' uso del metallo giallo erano già stati effettuati intorno al 1935 e anche prima.
Legittimo a questo momento anche domandarsi quali motivazioni ne hanno stimolato il ritorno. Si sa che a presiedere alle vicende del gusto e della moda sono molto spesso i fattori economici. La crisi di Wall Street del 1929 è fortemente risentita in Europa all' inizio degli anni Trenta.E' comprensibile che i gioiellieri tentino di arginare le difficoltà incontrate nel commercio di oggetti lussuosi diversificando la produzione.Cosi il platino è sostituito da un metallo prezioso meno caro, come pure si moltiplica la creazione di modelli più accessibili a un maggior numero di borse.
Allora perché chiamarli " gioielli anni Quaranta", se in realtà hanno visto la luce negli anni Trenta? Proprio perché negli anni Trenta a dominare sono ancora gli esemplari "bianchi", frutto dell' associazione di platino e brillanti, mentre i gioielli in oro giallo risultano ancora relativamente poco numerosi.
La situazione sarà invece capovolta nel decennio successivo. Ciò non di meno è proprio a questo gruppo di monili in oro, che, a ragione, va riconosciuto l' appellativo di precursori dello stile che diverrà dominante nel corso degli anni Quaranta. E qui vale la pena di accennare ad alcuni tra i prototipi più rappresentativi, che per la maggior parte, va detto, continueranno a essere prodotti anche nel decennio successivo.
E' verso il 1934-35 che Cartier reintroduce l' uso di una particolare tubo in oro flessibile, che risulterà perfetto per la creazioni di braccialetti, cinturini di orologi da polso, ma anche di colliers. Sarà chiamato allusivamente "tubogas", ma anche "a serpente", e costituirà senza dubbio uno dei segni distintivi più netti della produzione in questione.
Molto in voga è anche il modello a queue de rat, "a cosa di topo", apparso intorno al 1937. Una struttura longilinea articolata, composta da una successione di maglie di sezione tonda o rettangolare, che verrà impiegata da quasi tutti i gioiellieri, fino agli anni Cinquanta, a supporto di braccialetti, collane e così via. Sempre appannaggio di Cartier è il famoso collier à boules d' or, dattao 1937. Come pure la spilla in oro battezzata Palmier, evocante una palma fronzuta dal tronco articolato, di chiara ispirazione naturalistica.
E' ovvio che anche i gioiellieri italiani seguano la moda di Parigi, acquistando spesso anche disegni originali. E' quindi fuori discussione che i gioiellieri del nostro paese risultino fortemente influenzati dalle tendenze d' Oltralpe. Eppure, se osservati più da vicino, questi gioielli sprigionano una fisionomia chiara e autonoma che si traduce in un gusto prettamente italiano.
Esempi illuminanti in questo senso provengono dagli archivi perfettamente datati della ditta milanese Cusi di via Clerici. Una dinastia di gioiellieri, attiva ancora oggi dopo cent' anni dalla fondazione dell' impresa. Ecco che da Cusi, per esempio, il famoso braccialetto Ludo, di Van Cleef & arpels, è interpretato in modo tale da risultare un esemplare a sé stante. Le maglie esagonali del nido d' ape si trasformano in rombi o quadrati, così come i fermagli e le clips assumono nuova fisionomia grazie a volute e riccioli imprevisti. E ben inteso molti altri esempi analoghi potrebbero seguire senza difficoltà.
Se la crisi del 1929 aveva indubbiamente favorito la comparsa dei gioielli in oro, che domineranno gli anni Trenta, a maggior ragione gli anni tormentati del secondo conflitto mondiale e l' immediato dopoguerra determinano la loro più ampia divulgazione, non priva tuttavia di qualche modificazione. Va rilevato, infatti, che se nei gioielli in oro della fine degli anni Trenta si nota un impiego abbondante di pietre preziose, gli esemplari anni quaranta denunciano invece una notevole povertà in gemme.
Le restrizioni economiche e l' arresto dell' approvvigionamento in metalli e pietre preziose dettano nuovi parametri. L' economia è sostanziale. Le pietre preziose sono impiegate con parsimonia e spesso sono rimpiazzate da quelle semipreziose (acquamarine, topazi, citrini, ametiste e così via) e persino da pietre sintetiche, per lo più nelle tonalità evocanti zaffiri e rubini. Allora, quasi per supplire alla mancanza dello sfavillio delle gemme, si impongono forme più ampie e vistose. Ma in cosa consiste lo specifico carattere e i temi iconografici chiave dell' iconografia dei gioielli degli anni Quaranta?
Dal punto di vista estetico è confermata la plasticità e la struttura tridimensionale del gioiello, che si avvicina sempre più alla scultura: con esemplari però molto spesso non massicci, ma vuoti all' interno. La rottura con la geometria assoluta delle forme e la simmetria è ormai consumata. Si assiste al ritorno vittorioso della linea curva, del cerchio, di volute e spirali, del disegno asimmetrico e naturale. L' oro rimpiazza il platino.
E' un oro dalle innumerevoli sfumature, che vanno dal giallo al rosa al verde passando per il bianco e il grigio, secondo la composizione della leghe impiegate. Il repertorio dei soggetti del nuovo linguaggio decorativo risulta di ispirazione prettamente naturalistica. Fiori e animali a profusione, dunque, nè mancano però fiocchi, gale, nodi, drappeggi, riccioli, trucioli e così via.
Quanto alla tipologia degli esemplari più in voga, va rilevato che i braccialetti occupano un posto preminente. Realizzati in oro, quasi sempre articolati, sono composti da motivi più o meno elaborati, più o meno spigolosi e a rilievo, secondo schemi evidentemente tesi ad aumentarne volumi e sporgenze.
Tra i modelli più caratteristici quelli evocanti catene di biciclette, o ruote dentate di ingranaggi, ma anche nastri cingolati di carri armati. Come pure continuano a essere prodotti i braccialetti Ludo, Clou e così via, che avevano debuttato, come si è visto, già negli anni Trenta. In perfetta sintonia con il gusto e le fogge sfruttate per i braccialetti è la produzione degli orologi da polso, anch' essa di primissimo piano nell' "arsenale" dei gioielli di questo decennio.
Gli anelli, si sa, costituiscono un punto di forza della gioielleria di tutte le epoche. Quelli degli anni Quaranta vantano generalmente una struttura massiccia e imponente che li rende facilmente riconoscibili. Per evidenti ragioni di praticità essi sono stati classificati, secondo le caratteristiche morfologiche più salienti, in cinque gruppi fondamentali, denominati: a ponte, a libro aperto, alla turca, a turbante e a nodo.
Anche negli anni Quaranta spille e clips riscuotono un successo strepitoso, che certamente stimola la creatività dei gioiellieri. Alcuni tra i soggetti favoriti sono suggeriti dalla flora. Il repertorio iconografico deborda infatti di rose, mughetti, ranuncoli, astri e anemoni. Talvolta il mazzetto di fiori dai petali d' oro è stretto all' altezza dei gambi con un fiocco dalle cocche imponenti.
Il mughetto porte bonheur è senza dubbio il fiore preferito da Boucheron, come testimonia un modello di spilla, assai diffuso, dalle foglie lanceolate in oro e campanelline in brillanti. Sempre in tema di spille a motivo floreale, Cartier propone nel 1941 un grappolo di lillà in oro, dai petali tempestati di brillanti e piccole pietre preziose colorate. Un modello che in verità ricorda molto da vicino il famoso ramo di lillà smaltato e spruzzato di gocce di rugiada in brillanti, presentato da Mellerio all' Esposizione universale del 1892.
Altri motivi ricorrenti per spille e clips provengono invece da un bestiario nutrito. E' chiaro, tuttavia, che le sembianze degli animaletti della generazione degli anni Quaranta, perduta completamente la stilizzazione Art Déco, si presentano vigorosamente tratteggiate con realismo e plasticità. questo gruppo diffuso per la zoologia è ben documentato da Cartier con una serie di esemplari indubbiamente degni di nota. Ne è fulgido esempio il filone dei gioielli-pantera. In verità, questo soggetto aveva già interessato Cartier in passato. Verso il 1914, infatti, la pelle maculata del felino servì da spunto per la decorazione astratta in brillanti e onice di braccialetti à lanières e per braccialetti di orologi da polso.
Risale comunque agli anni Quaranta la realizzazione del prototipo di pantera eseguito nella versione tridimensionale. A sollecitarlo nel 1948 è il duca di Windsor, che commissiona per la moglie una spilla a forma di pantera, che incontrerà un favore così incondizionato di pubblico da stimolare numerose altre repliche nelle diverse varianti.
Particolarmente degna di nota è anche l' ampia varietà tipologica delle collane degli anni Quaranta. Si tratta di modelli in oro, quasi sempre girocollo, costituiti per lo pi da catene di tipo "tubogas", o "a coda di topo", ma anche da svarianti intrecci di fili d' oro la cui parte visibile è spesso arricchita da motivi decorativi ben evidenziati, sovente staccabili e dal doppio uso.
Anche in questo caso, gli esemplari risultano segnati da fervida creatività, fascinoso linguaggio figurativo, un comune denominatore tipico della stirpe di gioielli in questione. Eppure, oggetti per tanti aspetti così straordinari sono stati detestati e così a lungo dimenticati, come si è visto, vuoi per il fatale alternarsi del gusto e delle mode, o forse anche perché a essi si associava il tragico ricordo di anni bui e di momenti drammatici, ma anche di smaccata ostentazione di nouveaux riches.
Il ritorno alla tranquillità e il benessere economico si traducono in gioielleria con una tendenza verso una rinnovata esaltazione delle pietre preziose a scapito dell' oro. Ai nostri gioielli, i gioielli degli anni Quaranta sono tornati di nuovo alla ribalta; non solo quali protagonisti di una rinascita di interesse e di collezionismo, centrato soprattutto sulle interpretazioni di alta qualità, ma anche quale fonte di ispirazione per molti gioiellieri di oggi.
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